2. Una riflessione di bioetica generale

bioetica

Ministri del Dio della vita o arbitri della materia?

Continuo la riflessione generale bioetica, iniziata in precedenza (http://davidesilvestrini.it/2021/10/11/bioetica/).

L’aborto procurato è un gesto grave, frutto di una chiusura, della paura di perdere il proprio progetto di vita, frutto della paura del fallimento.

In quest’ottica il corpo non è pensato come strumento per amare e, quindi, per dare la vita in dono.

Ora, è vero che il corpo mi appartiene, anzi, di più, il corpo sono io (insieme alla mia anima), ma c’è bisogno di completare. Il corpo ha una vocazione, un orizzonte di trascendenza. Lo stesso corpo mi dice che non sono fatto per vivere solo ed esclusivamente in funzione di me stesso.

Questo nell’etica soggettivista-relativista non è considerato.

La procreazione medicalmente assistita (PMA) vede il figlio come il prodotto di un desiderio, reso possibile dalla scienza-tecnica, attraverso la manipolazione del corpo e delle cellule sessuali.

La fede cristiana insegna che il figlio deve essere, per quanto possibile, frutto dell’amore dei genitori, ossia frutto di un dono, di un atto di trascendenza.

Il figlio è frutto/dono di un’operazione teandrica, cioè della disponibilità e della collaborazione dei genitori con Dio Creatore, secondo le intenzioni dell’Autore della vita (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19870222_respect-for%20human-life_it.html).

La PMA esula dalle intenzioni di Dio e si inserisce all’interno dell’inscindibile unità dell’atto sessuale, provocando una frattura artificiale.

All’interno dell’atto sessuale, infatti, possiamo individuare due significati, quello unitivo e quello procreativo, ma non possiamo mai separarli. Dio non lo ha previsto.

Agire in contrasto con le leggi naturali, sapientemente iscritte dal Creatore all’interno dell’atto fra uomo e donna, significa cedere alla tentazione di farsi da sé, di conoscere da sé il bene e il male. Significa volersi elevare al di sopra della natura, travalicando i limiti creaturali.

Il peccato originale

Il problema è quel da sé: farsi da sé, realizzarsi da sé.

Da sé così inteso, significa da soli, come orfani, senza Padre, senza amore.

Si esce da una relazione costitutiva, che, tuttavia, è quella che caratterizza l’uomo e la donna come persone.

In questo modo si ferisce la dignità della persona umana.

Ecco il motivo per cui ravviso come un’urgenza improcrastinabile una corretta educazione all’amore e alla sessualità.

Per una trattazione approfondita del tema, rinvio al libro “Amore e responsabilità” di Karol Wojtyla (http://davidesilvestrini.it/2021/03/30/amore-e-responsabilita/) e al mio contributo: “La via infallibile alla gioia. Amore, sessualità e dottrina”, ed. Cantagalli, 2021 (http://davidesilvestrini.it/2021/03/23/la-via-infallibile-alla-gioia/).

Aggiungo un ulteriore tassello.

Dove affondano le radici la PMA e l’aborto? Nella contraccezione, che slega materialmente il sesso dall’amore e l’amore dalla vita.

Per questo motivo riaffermo quanto detto dal gruppo di teologi polacchi e dallo stesso Cardinal Wojtyla, già negli anni ’60: “Qualsiasi procedura contraccettiva […] tradisce un comportamento ‘antigenitoriale’” (Memoriale, op. cit., p. 500), così come l’aborto.

Di fronte alla vita, la qualità delle scelte morali definisce chi decidiamo di essere.

Se cedessimo alla lusinga: “sarete come Dio” (cfr. Gen 3,5), sceglieremmo di essere arbitri, arrogandoci il diritto non nostro di superare le leggi della natura e di manipolarle.

L’alternativa è quella indicata da una piccola ed umile coppia, sconosciuta alla grande storia del suo tempo, che scelse di accogliere il mistero della Vita stessa, assumendosene la responsabilità.

L’umiltà di Giuseppe e di Maria è la strada che Dio ci indica come la via giusta: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).

Essi non sono arbitri, ma ministri del mistero redentore: la vita offerta in dono per liberare coloro che per paura della morte, della sofferenza, per paura del fallimento dei propri sogni e progetti e desideri, a causa dei peccati, erano ridotti alla schiavitù di amare solo se stessi. Evidentemente, non riuscendo neanche in questo.

Una vita in dono per liberare coloro che non sanno amare nessuno, per aprirli alla possibilità di rispondere, di donarsi.

Questo è il motivo per cui la Chiesa afferma: “Usufruire invece del dono dell’amore coniugale rispettando le leggi del processo generativo significa riconoscersi non arbitri delle sorgenti della vita umana, ma piuttosto ministri del disegno stabilito dal Creatore. Infatti, come sul suo corpo in generale l’uomo non ha un dominio illimitato, così non lo ha, con particolare ragione, sulle sue facoltà generative in quanto tali, a motivo della loro ordinazione intrinseca a suscitare la vita di cui Dio è principio. «La vita umana è sacra», ricordava Giovanni XXIII; «fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio»” (Humanae vitae, 13).

La nostra epoca ha bisogno di ascoltare e di imparare di nuovo da qualcuno “le leggi del processo generativo”, ma ancor di più si rende necessario insegnare il “dono dell’amore coniugale”, cosa significhi vivere come “ministri del disegno stabilito dal Creatore”, cosa sia il mistero accennato dall’espressione “sorgenti della vita umana”.

Senza una corretta e sapiente educazione all’amore non si comprenderà l’autentico significato della sessualità e si smetterà di capire cosa siano il matrimonio e la famiglia.

Senza porre le basi personalistiche della vita interpersonale non si potrà impostare correttamente il discorso della dignità della persona umana.

È necessario trasmettere l’etica del dono, affinché non smetta di essere pensabile, ormai così sopraffatta dall’individualismo e dal relativismo.

Le sfide e gli attriti rilevabili ogni volta che si apre una discussione bioetica indicano che dovremmo metterci seriamente in gioco e raccogliere la chiamata a curare le fondamenta della vita morale cristiana, soprattutto nell’ambito educativo.

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